“Il compito attuale dell’arte è di introdurre caos nell’ordine”, scriveva negli anni sessanta Theodor W. Adorno nei suoi Minima Moralia. Evidentemente il filosofo di Francoforte sul Meno riteneva il contenitore dell’attualità di quegli anni un po’ troppo ordinato. O, più probabilmente, malamente ordinato. In questi primi decenni del XXI secolo non è difficile sostenere che gran parte dell’umanità ritenga il contenitore attuale malamente caotico. Si potrebbe quindi azzardare che egli stesso oggi direbbe che “Il compito attuale dell’arte è di introdurre ordine nel caos”. Ma alla fine cosa cambia? Se aggiungo acqua fredda a quella calda, o calda a quella fredda non ottengo la stessa acqua tiepida? Se rallento un’auto troppo veloce o ne accelero una troppo lenta non viaggio comunque alla stessa velocità? Ebbene, due cose cambiano: prima la percezione del contenitore, ovvero la realtà del presente nel quale si vive; poi il senso del percorso che si intende svolgere per ottenere il risultato voluto, due direzioni diametralmente opposte. Quali che siano la percezione o la scelta, in ogni caso la parola d’ordine diventa “contaminazione”, la stessa che anima L’Artificio fin dalla sua nascita, e il compito primario dell’arte quello di contaminare sempre e comunque la realtà che la circonda, come è sempre stato nella sua millenaria storia. Per valutare quanto questa contaminazione possa (potrebbe) influire sui sistemi vigenti si può citare la famosa metafora della farfalla: nel 1961 Edward Lorenz, meteorologo del Massachusetts Institute of Technology di Boston, si accorse che bastava modificare di un decimillesimo il valore di uno solo dei tanti parametri che descrivono un sistema meteorologico relativamente semplice, perché il computer in breve tempo fornisse un’evoluzione delle condizioni del tempo del tutto diversa e inattesa. Da qui la domanda: “Basta dunque il battito d’ali di una farfalle in Amazzonia per scatenare un temporale a Dallas”? E chi può mai stabilire quando e quante farfalle batteranno le ali in Amazzonia o in qualunque altro posto? D’altra parte già Baruch Spinoza aveva spiritosamente notato: “Se il naso di Cleopatra fosse stato diverso non sarebbe cambiato solo il suo volto, ma quello del mondo intero”. Isaac Newton, nonostante la consapevolezza della precisione delle sue equazioni, di fronte al problema delle minuscole interazioni gravitazionali fra i pianeti dovette concludere che “Dio deve personalmente intervenire, di tanto in tanto, per ripristinare l’ordine cosmico minato alla base dalle perturbazioni gravitazionali tra gli oggetti che lo costituiscono” (il Dio dei gap, ndr.). Se si riavvolgesse il film della vita fino a quell’attimo fatale nel quale due atomi di carbonio si fusero in quel particolare modo nel cosiddetto “brodo primordiale” quante probabilità avremmo che tutto si riproducesse col medesimo risultato? Anche dire nessuna sembra troppo poco. Vengono i brividi a pensare che se fosse cambiato anche uno solo dei milioni di miliardi di micro eventi vitali nei secoli forse Giotto non avrebbe dipinto le pareti della Cappella degli Scrovegni, Michelangelo non avrebbe scolpito le Pietà, Tolstoj non avrebbe scritto Guerra e Pace, Doisneau non avrebbe fotografato il Bacio, John Ford non avrebbe girato Sentieri Selvaggi. Chissà, forse Giotto avrebbe scolpito le Pietà, Michelangelo avrebbe scritto Guerra e Pace, Tolstoj girato Sentieri Selvaggi, Doisneau dipinto gli Scrovegni e John Ford fotografato il Bacio. La domanda angosciosa che percorre l’intera storia dell’umanità sul significato della vita si riduce dunque al nichilismo di chi sostiene che in fondo nulla nell’agire di chiunque significa qualcosa? O piuttosto al determinismo di chi crede che anche una singola pennellata, uno scalpellìo, un click determinino un cambiamento nella storia del futuro? In entrambi i casi ci si eleva di fronte l’insormontabile problema dell’imprevedibilità, dunque, in estrema sintesi, il caos, e per ogni artista (non importa se geniale o mediocre) ineludibile il dovere di svolgere il proprio compito per affrontarlo. Si tratti di placare una tempesta o di agitare una bonaccia l’artista deve tuffarsi nel mare magnum della realtà che lo circonda, consapevole di almeno due cose: una che il caos è parte integrante di ogni fenomeno da che esiste l’universo, l’altra che il caos di noi se ne infischia. Ancora Spinoza ci fornisce la migliore chiusa: “Io vorrei avvisarvi che non attribuisco alla natura la bellezza o la deformità, l’ordine o la confusione. Solo in relazione alla nostra immaginazione possiamo chiamare le cose belle o brutte, ben ordinate o confuse.” Donde una serie di dubbi amletici: anche il caos, allora, altro non è che una convenzione umana della quale, così come il tempo, ci sfugge la reale consistenza? Quanto di ciò che ci circonda è veramente reale e non frutto della nostra immaginazione? Quanto la nostra percezione è condizionata dalla umana nevrotica necessità di fornire risposte semplici a questioni troppo complesse? Essere artisti significa tante cose, una di esse consiste nell’affrontare il timore di vivere accompagnati dalla meraviglia.